mercoledì 19 luglio 2017

Le donne in pensione? Il più tardi possibile!

Studi, indagini conoscitive e risoluzioni non solo al Parlamento italiano ma anche in quello europeo continuano a porre la questione della differenza di genere e la necessità di agevolazioni nei confronti delle donne lavoratrici anche nell’accesso alla pensione in base al dovuto riconoscimento dei lavori di cura.


La presentazione alla Camera della “Indagine conoscitiva sull'impatto in termini di genere della normativa previdenziale e sulle disparità esistenti in materia di trattamenti pensionistici tra uomini e donne” ha posto ancora una volta all’attenzione di tutti il problema riassunto nel documento conclusivo (vedi post A quanti anni possono andare in pensione le donne lavoratrici dal 2018 e poi dal 2019?).


La presentazione della indagine conoscitiva era stata preceduta da un’importante Risoluzione del Parlamento Europeo sulla Necessità di una strategia dell'UE per eliminare e prevenire i divari pensionistici di genere:


Prendendo spunto da un altro dato significativo riguardo alla distribuzione per genere delle domande inoltrate per Ape sociale e Ape precoci, dove quelle presentate dalle donne sono in numero nettamente inferiore, è ripartita la richiesta di un riconoscimento non solo a parole del ruolo delle donne rispetto alla maternità e ai lavori di cura. Viene chiesto un riconoscimento effettivo anche a livello pensionistico per quanto riguarda i requisiti di accesso.

Forse è arrivato il momento di fare qualcosa di più di facili dichiarazioni di parte politica e sindacale per arrivare a quel riconoscimento di una situazione di fatto che esige una normativa adeguata non in prospettiva futuribile ma già con la legge di bilancio 2018.

Con la legge Fornero le donne del pubblico impiego si sono viste aumentare in un solo giorno il requisito pensionistico di cinque anni e ora, nel 2018, ci dovrebbe essere piena parità in peggio per tutte (privato, pubblico e autonome) a 66 anni e 7 mesi – pensione di vecchiaia – con la minaccia di un ulteriore aumento nel 2019.

La proroga al 2018 della formula Opzione Donna 57/58 – 35 è stata richiesta da varie parti politiche ed è accompagnata da una petizione che ha superato abbondantemente le ventimila adesioni (vedi  OPZIONE DONNA:PETIZIONE BOOM PER LA PROROGA AL 2018).


Tale provvedimento non costerebbe alle casse dello Stato, se di costi si potesse parlare, in quanto è già coperto da disponibilità finanziarie destinate in bilancio negli anni precedenti.

Oltre a questa operazione servono, però, ulteriori provvedimenti a favore delle donne lavoratrici senza penalizzazioni sull’assegno pensionistico.

Abbassare a tutti i requisiti pensionistici ed alle donne lavoratrici abbassarlo ancora di più ritornando ad una uscita volontaria dai 60 anni di età con 20 anni minimo di contribuzione?

Non sembra sia questa la soluzione che il governo stia studiando e  abbia intenzione di adottare mentre le proposte sindacali devono ancora essere chiarite ed anche dal Parlamento si aspetta un testo unificato delle varie proposte di legge in materia.

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