sabato 22 luglio 2017

La pensione di garanzia ai giovani? Intanto un lavoro precario o meglio job on call...

Jobs act = Job on call?


Gli ultimi dati dell’Inps sul precariato non lasciano spazio a libere interpretazioni (Pubblicato l’Osservatorio sul precariato maggio 2017). Nei primi cinque mesi del 2017 è stato registrato un forte calo dei rapporti di lavoro stabili con una forte crescita del lavoro a chiamata e, in pratica, solo uno su quattro dei rapporti può essere definito stabile.

Il motivo principale del calo dei rapporti stabili viene trovato a partire dalla scadenza dell’esonero contributivo e, perciò, non a caso il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, aveva parlato nei giorni scorsi di nuovi provvedimenti per rilanciare l’occupazione giovanile intervenendo sul cuneo contributivo per “abbassarlo in via definitiva”, e non solo per “uno o due anni”.

Cosa riuscirà a combinare ancora il governo Gentiloni è molto difficile da indovinare visto che ormai perde pezzi tutti i giorni (anche il sottosegretario al lavoro Massimo Cassano, dopo il ministro Costa, si è dimesso per tornare al vecchio centrodestra). 

Quello che sembra assumere quasi una certezza è comunque il fatto che, con o senza il governo Gentiloni, da ottobre di dovrà discutere di legge di bilancio 2018 e c’è il rischio, ancora una volta, che si intervenga in direzione sbagliata verso l’occupazione giovanile senza contare che servono interventi anche per l’occupazione per i non più giovani. Per gli anziani disoccupati il problema non si dovrebbe neanche porre in quanto dovrebbero avere la possibilità di accesso alla pensione riducendo loro i requisiti di accesso, cosa che naturalmente dovrebbe essere fatta anche per tutti gli altri. A tal proposito è significativo il fatto che ci sia stato un boom di domande per Ape sociale di disoccupati anziani dai 63 anni di età senza contare i lavoratori precoci che hanno raggiunto e superato i 41 anni di contribuzione su cui, in un Paese normale, ci sarebbe poco da discutere sulla loro possibilità di pensionamento al di là di questa o quella categoria disagiata o di addetti a lavori gravosi.

Servono interventi di modifica sostanziale della legge Fornero a partire dall’abbassamento per tutti dei  requisiti di accesso  alla pensione proprio per avviare, finalmente, un ricambio generazionale nel mondo del lavoro. La validità di questa operazione dovrebbe essere accompagnata da un vero Piano di Lavoro di cui esistono varie versioni e su cui dovrebbe essere aperto un serio ed ampio dibattito escludendo già da adesso una nuova “beneficenza” ai datori di lavoro fatta di decontribuzione previdenziale o riduzione del cuneo contributivo che non porta da nessuna parte se non in tasca o cassa aziendale di nuovi soldi pubblici senza nessuna certezza di un aumento dell’occupazione giovanile e non.

Il 27 luglio il governo incontrerà al solito tavolo del Ministero del Lavoro i soliti sindacati e, probabilmente, oltre a parlare di correttivi all’Ape social, Ape precoci e della “promessa/minaccia” Ape volontaria, si discuterà di pensione integrativa per i giovani e di una certa futuribile pensione di garanzia.

Se la seconda fase dell’intesa governo-sindacati inizierà senza aver risolto tutti i nodi della prima fase e, soprattutto, la questione di una flessibilità in uscita per tutti dai 62 anni di età oppure con 41 anni di contribuzione a qualsiasi età i problemi si ripresenteranno tali e quali a settembre ed anche nel 2018. A questo si aggiunga il rischio di un ulteriore aumento dei requisito pensionistico nel 2019 se il governo non prende da subito un impegno per la  eliminazione dell’automatismo dell’adeguamento dei requisiti all’aspettativa di vita in base ai dati Istat quali che siano a ottobre.
A.C.

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