giovedì 3 ottobre 2013

L' evoluzione storica delle riforme sulle pensioni negli ultimi vent'anni.


 Il periodo neoliberista (1992-2011)

Il contesto politico economico e sociale

   Il boom economico, durato vent’anni e più, a partire dal dopoguerra, aveva determinato alti tassi di crescita economica dovuti alla ricostruzione e si era arrivati ad una quasi piena occupazione della forza lavoro con una spesa  pensionistica, limitata ad una minoranza di lavoratori non più attivi. In quel periodo la spesa si poteva affrontare agevolmente, così come si potevano sostenere senza problemi le spese per altre forme di tutela riguardanti la generalità dei cittadini.
   Le crisi energetiche, il rallentamento  della crescita economica e della produttività, la “globalizzazione” dei mercati, il finanziamento dello Stato a favore delle industrie in crisi ed i fallimentari tentativi di industrializzazione del Mezzogiorno (opere pubbliche inutili, “cattedrali nel deserto” e via di seguito), determinarono un continuo aumento della spesa pubblica che orientarono le diverse forze politiche governative verso nuove ipotesi politiche in base anche al nuovo modello economico emergente: il neoliberismo.
   A partire dalla metà degli anni ’80 in poi cominciò ad affermarsi anche in Italia il modello di sviluppo neoliberista attraverso la deregolamentazione, liberalizzazione e finanziarizzazione dell’economia.
   La diminuzione della presenza dello Stato nell’economia e una forte propaganda per ridurre le imposte, tagliare le spese sociali, privatizzare e liberalizzare i servizi pubblici insieme alle politiche sui redditi ha accentuato il concetto di responsabilità individuale con meno regole e meno Stato per tutti. L’ideologia neoliberista comincia a prendere piede e conquista mano a mano una quasi completa egemonia tanto da arrivare ad essere definita come “pensiero unico”. In questa logica prendono l’avvio, nel mondo del lavoro, una serie di provvedimenti tesi ad aggirare e demolire le conquiste ottenute e difese con le lotte dei lavoratori.
   Tra i vari provvedimenti adottati troviamo:
- l’abolizione della scala mobile dei salari (in sua sostituzione è stata introdotta, nel 1993, la cosiddetta inflazione programmata);
- la liberalizzazione delle norme sul collocamento dei lavoratori;
- l’introduzione del lavoro precario e atipico;
- la facilitazione dei licenziamenti e il contenimento degli aumenti salariali.
   Di fronte a tutta questa situazione, la classe lavoratrice, a seguito della sconfitta, simboleggiata con la manifestazione del 14 ottobre 1980 a Torino di quadri Fiat e cittadini ostili al sindacato (“marcia dei quarantamila”), si ritrova, perciò, a svolgere un ruolo di resistenza ma senza la capacità di frenare il ridimensionamento dei diritti acquisiti nei decenni precedenti.
   Altro segnale dell’irrimediabile declino viene dalla sconfitta al referendum sulla scala mobile del giugno 1985 promosso dal Pci per l’abrogazione del decreto legge del 14 febbraio del 1984 (c.d. decreto di S. Valentino). Il provvedimento sulla scala mobile, varato dal governo Craxi, aveva ridotto in modo significativo il meccanismo di salvaguardia dei salari rispetto al carovita e, nonostante la forte opposizione, andò che Craxi, sostenuto dai suoi alleati (compresi i sindacati Cisl e Uil), rimase comunque sulle proprie posizioni e vinse la battaglia; il referendum raccolse il 54,3% dei voti contro l’abrogazione rispetto al 45,7% a favore.

   Negli anni ’90, contestualmente all’accordo europeo di Maastricht del 9/10 dicembre 1991 (il Trattato è stato firmato il 7 febbraio 1992 ed è entrato in vigore il 1° novembre 1993), molti Paesi Ocse, di fronte al fenomeno dell’aumento della spesa previdenziale iniziarono a riformare il proprio sistema pensionistico; l’Italia non fu da meno e, nel 1992, complici una serie di fattori come la più grave crisi finanziaria del dopoguerra e la crisi politico/istituzionale dovuta a “tangentopoli”, pose fine al dibattito sulle proposte di modifica sulle pensioni e avviò la stagione della trasformazione del sistema pensionistico italiano; una trasformazione che assunse, prevalentemente, una tendenza involutiva attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile, il taglio delle indennità pensionistiche e l’aumento dei contributi. Fu così centrato l’obiettivo “governativo” di avviare la stabilità al sistema pensionistico contenendone la spesa ai fini del ripianamento dei conti pubblici. Da allora ogni legislatura ha visto uno o più interventi normativi  sul sistema previdenziale pubblico.

Cronologia delle c.d. riforme del sistema pensionistico:

1992 – Riforma Amato. D.Lgs. 30 dicembre 1992, n.503 ("Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'articolo 3 della Legge 23 ottobre 1992, n. 421").
1995 – Riforma Dini – Treu– Legge 8 agosto 1995 n. 335 - Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare.
1997 – Riforma Prodi - Legge del  27 dicembre 1997, n. 449 - art. 59 (attraverso la quale vennero apportate diverse modifiche e aggiustamenti al sistema pensionistico).
2004 – Riforma Maroni La Legge  delega n. 243 del 23 agosto 2004, "Norme in materia pensionistica e deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla previdenza complementare e all'occupazione stabile e per il riordino degli enti di previdenza ed assistenza obbligatoria"
2007 – Riforma Prodi – Damiano - Legge 24 dicembre 2007 n. 247. “Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale”.
2009 - Riforma Sacconi – Tremonti La Legge 3 agosto 2009, n. 102, (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78, recante “provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali”), attraverso all’art. 22 ter – “disposizioni in materia di pensionamento
2010 - Riforma Tremonti - Art.12 – interventi in materia previdenziale – D.L. 31 maggio 2010, n. 78 (“Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica”) convertito con modificazioni dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122.
2011- La “Tremonti bis” e  la “Tremonti ter”
-La “Tremonti bis” Interventi in materia previdenzialeart 18 del D.L. 6/7/2011,  n. 98 Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria convertito in Legge 15 luglio 2011 n. 111, art. 18.
-La “Tremonti ter”D.L. 13 agosto 2011, n. 138 recante “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo (Legge 14 settembre 2011, n. 148).

   Con gli interventi sul sistema pensionistico dell’estate 2011, l’Italia, per affermazione di economisti e politici di parte governativa, aveva risposto in pieno alle richieste dell’Unione Europea e della Bce ed era uno dei pochi Paesi ad aver completato un ciclo di riforme ritenute necessarie per dotarsi di efficaci automatismi per la stabilità della spesa previdenziale. Sembrava, a quel punto, che si fosse chiuso un ciclo di riforme previdenziali ma non è stato così: dopo pochi mesi è arrivata la riforma Fornero.

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